Teoria e pratica del cinema rivoluzionario

Godard, il collettivo Dziga Vertov e Le Vent d’est

Il maggio francese per Godard rappresenta la chiusura di una fase (la Nouvelle Vague ovvero il cinema borghese) e l’apertura di una nuova pagina, in cui l’autore singolo doveva necessariamente dissolversi in un autore collettivo o in un collettivo di autori (il gruppo Dziga Vertov, fondato insieme a Jean-Pierre Gorin), con l’obiettivo, come dirà lui stesso, di non fare film politici, bensì di fare politicamente dei film.

Le Vent d’est ( o Vento dell’Est dal momento che il film è girato in Italia) fa parte di questa nuova stagione, insieme a tutti i medio e lungometraggi realizzati tra il 1969 e il 1972.

Nel passaggio dall’Io al Noi, il cinema cambia radicalmente linguaggio, funzioni, obiettivi. Per certi versi sembra che tutto il cinema realizzato da Godard fino a quel momento dovesse preludere a quell’azzeramento totale in termini sia etici che estetici rappresentato da Le Vent d’Est

Il cinema abbandona la storia ( in senso diegetico, cronologico, storiografico) e si fa puro discorso, quasi una sorta di manifesto.

Cos’è dunque Le Vent d’est?

Un saggio per immagini sul come fare cinema politico, una riflessione sulla necessità che, non solo i contenuti ma anche la forma e, ancor prima, il processo produttivo, sia coerente con il soggetto trattato. Il cinema diventa dibattito collettivo in fieri sul cinema rivoluzionario del passato (Vertov, Ejzenstejn) e del presente. Molto più che semplice metacinema, Le Vent d’est ci mostra il cinema nel suo farsi, configurandosi al tempo stesso come analisi critica sul cinema da farsi.

L’anarchia che viene a crearsi sul set, trasforma la lavorazione in assemblea politica permanente, seduta di autocritica. Tutto ciò si riflette sulla struttura del film, costellato di azioni reiterate, concatenazioni di performance, scene di violenza e repressione, dove l’artificio della messa in scena serve a svelare la macchina cinema ( gli attori filmati mentre vengono truccati, la troupe che compare in campo).

Gian Maria Volonté, all’epoca sicuramente il “divo” italiano più politicamente impegnato, racconta molto bene il clima set: “Quando ho girato Le Vent d’est Godard si trovava in un momento della sua carriera in cui contestava se stesso, negava il ruolo del regista, sperimentava le possibilità di interazione tra i rapporti tradizioni di una troupe cinematografica e quella di un lavoro più collettivo. Insomma, c’era una grossa lotta nel suo interno, al punto che era disposto a lasciare la macchina da presa a chiunque la volesse“.