INTERVISTA A CECILIA MANGINI

in occasione della presentazione di All’armi siam fascisti a Trento, durante la rassegna Social Film.
A cura di Paolo Caroli. Pubblicata su l’Adige, il 4 marzo 2012-03-29


Perché far uscire questo dvd adesso?
“Credo che la scelta di RaroVideo sia stata molto tempestiva; il film mi sembra attualissimo, perché con esso, nel dire no al fascismo, diciamo no a tutto quello che rappresenta la conservazione e la retrodatazione della storia, il che ahimè è una costante negativa del popolo italiano.”

Il contesto in cui uscì il film era particolare e delicato..
“Sì, perché si profilava la possibilità di un ingresso dei socialisti al governo, ma il presidente del consiglio Tambroni preferì l’appoggio esterno dell’Msi, il partito neofascista, il che rappresentava un arretramento storico; l’Italia insorse, ci furono morti in varie città ed il governo cadde. Si profilava allora di nuovo la possibilità di un ingresso dei socialisti al governo e così a noi venne affidato il compito di raccontare i valori socialisti e l’orrore del fascismo. Molti all’epoca avevano dimenticato il fascismo, come è umano che si voglia fare con le esperienze negative, perciò dovevamo spiegare ai giovani i mali, le deficienze e la violenza fascista.”

Alcuni sostengono che per ricomporre le ferite sociali sarebbe meglio dimenticare. Cosa ne pensa?
“Dimenticare non fa mai bene. Forse bisogna perdonare e accettare, ma dimenticare mai, perché se dimentichiamo gli errori del passato ci ricadremo come vittime consapevoli e non c’è niente di peggio per le vittime che predisporre la propria condanna. Semmai bisogna perdonare, ma solo se la conciliazione è condivisa da tutti e non solo da una parte, ma dimenticare mai, perché solo il ricordo ci permette di affrontare il futuro.”

All’epoca fecero scandalo le immagini che mostravano il legame tra Chiesa e fascismo. Secondo lei l’effetto oggi è lo stesso?
“La Chiesa ha una tale eredità di sapere e di autodifesa che oggi quelle immagini possono far sorridere, sono solo una pennellata di colore, la Chiesa non ne è toccata. Sia chiaro, non lo dico come elogio, ma come pericolo: la forza della Chiesa oggi è tale che possiamo anche accettare di perdonare gli errori del passato e quel comportamento di fronte alla manifesta violenza del fascismo fu un grande errore, imperdonabile.”

Lei è un’icona del documentarismo come denuncia, voce dissidente; cosa resta oggi in Italia di tutto ciò?
“Il documentarismo italiano è stato grande e grazie al cielo oggi rinasce attraverso l’opera faticosa di giovani ragazze e ragazzi. Noi siamo solo i capostipite, ma i valori che ci hanno ispirato oggi rimangono, anzi ritornano come scoperta. Viviamo un momento particolare di rinascita.”

E lei continua a lavorare nel documentarismo?
“Alla mia età non giro più documentari, ma continuo a lavorare per il documentarismo. Spero in particolare di farne capire l’importanza agli italiani, che non hanno mai avuto un bel rapporto con il documentario, non vi hanno mai trovato quell’empatia che c’è in Francia, Germania, Inghilterra. Solo ora comincia ad attecchire, viene sempre più richiesto, è sempre meno un prodotto di nicchia. Io lavoro per questo.

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